Tadrart Akakus
Viaggio di Anna, Maria ed Enzo - Marzo 2003
Un buio nero pece, impenetrabile solo come il deserto senza luna può esserlo, ci ha accolto a Tam al nostro arrivo a sera inoltrata con il volo da Algeri. Il deserto, tanto sognato nei lunghi mesi invernali, sembrava quasi si fosse voluto nascondere ancora per un giorno alla nostra vista prima di abbacinarci con la sua luce e i suoi colori.
Il sole era comunque dietro l’angolo e abbiamo sentito i suoi raggi caldi e pungenti all’arrivo a Djanet il mattino seguente dove ci attendeva un amico di veccia data, un tuareg alto alto e magro magro avvolto in bel turbante blu: Djaba. Djanet ci ha subito affascinato per la sua aria da “ultimo avamposto”, crocevia di uomini e mezzi sulla via per il Niger. Per le strade la gente, i piccoli negozi, il mercato evocavano tante letture: da Lawrence a Thesiger. Lì ci attendevano Mohamed, Ibrahim, Aziz e 3 belle jeep tutte con “regolari” guerbas per l’acqua appese davanti al radiatore. Il carico di viveri, acqua e carburante era già stato fatto quindi in poco tempo ci siamo ritrovati sulla pista che ci avrebbe condotto verso le magiche propaggini dell’Akakus algerino.
Le prime ore di viaggio sono state come un sogno. Il corpo e la mente stavano lentamente riabituandosi al paesaggio desertico lasciato tanti mesi prima. Il sole caldo ci risvegliava come da un lungo sonno e la stanchezza del viaggio e tutti i pensieri venivano ‘sciolti’ dal fantastico paesaggio che ci avvolgeva a 360 gradi. La pace ci ha preso a poco a poco. Una pace senza tempo e senza pensieri se non il svegliarsi la mattina e l’avere davanti 24 ore di sorprese e meraviglie fatte di paesaggi mozzafiato, graffiti e pitture, canyons e mari di dune. L’orologio viene dimenticato, i ritmi del deserto li detta il cammino del sole nel cielo. Non esiste più la fretta e sembra di poter andar per mesi così vagabondando senza altra necessità se non l’incanto del paesaggio.
Il Tadrart Akakus si è svelato nei giorni seguenti con grandiosi paesaggi di rocce e di dune fino alla bellezza unica di Tin Merzuga. Lì imponenti dune rosse morbide e voluttuose abbracciano sensualmente rocce nere e aspre in un connubio assolutamente inedito e unico.
Ma non solo paesaggio. Spesso il nostro procedere era interrotto da soste improvvise e ogni volta scendendo dai mezzi la domanda era la stessa “Che meraviglie vedremo ora ?”. Gli anfratti e le rocce della zona sono infatti un museo a cielo aperto e offrono un esempio unico di arte preistorica. Mai in altre zone sahariane abbiamo incontrato tante pitture e graffiti di così squisita fattura. Sulle rocce giraffe enormi e mandrie di elefanti, bovini e persino pesci; negli anfratti pitture variopinte di ogni tipo di animale dai buoi ai cammelli e scene di danza, caccia, guerra, tanto che, più di una volta voltandomi per ritornare sui miei passi, lo uadi arido e pietroso con le nostre jeep che ci attendevano, scompariva e al suo posto la mente immaginava un gorgogliante corso d’acqua con ricca vegetazione, bimbi e donne sulla riva, giraffe occhieggianti tra il fogliame……. il deserto è capace anche di queste magie !
I giorni, pieni di sole ma mai caldissimi, si susseguivano a notti dove la luna piena era la sovrana assoluta. Luminosissima ed enorme essa annientava purtroppo ogni altro bagliore siderale ma ci regalava un deserto trasformato nel più fantastico dei mondi. Un nuovo pianeta dove quanto era noto nella luce del giorno, veniva modificato dalla fredda luce lunare assumendo altre dimensioni, altri colori e altre profondità, dove era piacevole aggirarsi confrontando il cambiamento avvenuto e assaporando la magia di questo incanto silenzioso. Notti abitate oltre che dalla luna anche dal vento che ci costringeva a dormire all’aperto; ma che spettacolo l’alba sbirciata dal caldo del sacco a pelo con la luna che si attardava sulle dune rimpicciolendo sempre più tanto che sembrava non volersene andare per lasciare il posto al sole ! E si ricominciava il cammino e le soste con il rito del the e i campi dove Ibrahim preparava il pane cotto sotto la sabbia nella luce aranciata del tramonto e dove consumavamo le nostre cene attorno al fuoco avvolti nelle tenebre prima della spuntare della luna, ascoltando storie di deserto o, perché no, qualche bellissima fiaba tuareg.
Dopo le meraviglie dell’Akakus algerino la nostra via ha preso direzione sud verso la tanto favoleggiata Alidemma. L’abbiamo raggiunta in un caldo meriggio e ci ha accolto per la sosta per il pranzo in un’esigua striscia d’ombra lasciata da una sporgenza contro una parete di roccia. Tutto attorno torri e contrafforti e picchi e rocce scure dalle mille forme sorgenti dalla sabbia chiara con dimensioni imponenti che creano un dedalo di percorsi dove si cammina naso all’insù. Un luogo per giganti più che per uomini, giganti che dopo essersi baloccati con guglie e pinnacoli li hanno poi lasciati sparsi un po’ qui e un po’ là.
Poi via verso il nulla del Tenerè e la mitica Balise 21 sulla pista per il Niger e i Monti Gautier e poi ancora verso il pozzo di In Afellahlah fino all’Erg d’Admer in un susseguirsi di scenari sempre nuovi e sorprendenti che ci riempivano gli occhi e il cuore della magia sahariana.
L’Erg d’Admer si è rivelato un luogo magico abitato dai Jiin (‘folletti’ per la cultura tuareg) con dune pallide, cremose e bordate di vegetazione fiorita come delicati merletti bordano le crinoline di una vecchia signora. Il tramonto quella sera è stato uno spettacolo unico e la palla tremolante del sole si è eclissata tra le dune lasciandoci un inaspettato cielo di fuoco sopra la testa che ha lasciato il posto ad un incanto di stelle prima del sorgere della luna.
Ultimo giorno e ultima sorpresa: Tikobaouin. Una Alidemma in miniatura, un gioiellino a portata di uomo e non di gigante, con bellissimi pinnacoli, archi di pietra, canyons e un piccolo mula mula che si è divertito a conversare con me nel caldo del dopo pranzo mentre gli amici si attardano, come di consueto, attorno al fuoco dove bollivano le ‘pot’ con il the e l’artemisia.
A sera l’incontro con le famose ‘Vacche che piangono’, uno dei graffiti in assoluto più famosi di tutto il Sahara e che fà rimanere senza parole. Si potrebbe rimirarlo per un tempo indefinito senza stancarsi mai, seduti sulla sabbia con il sole all’orizzonte che tinge di colori caldi la roccia bruna.
Ma l’indomani …. niente aereo per Algeri.… una tempesta di sabbia ci costringe a Djanet al “mitico” Hotel Zeriba unico albergo per i turisti dell’oasi. Un ‘fuori programma’ che però ci ha dato la possibilità di fare incontri interessanti, di scambiare esperienze e notizie con viaggiatori sahariani di ogni provenienza tutti bloccati lì dal giallo sudario che dalla tarda mattinata fino a sera avvolgeva tutto e tutti.
Tirando le somme un tour pienamente riuscito che ci ha svelato un altro angolo bellissimo della bellissima Algeria. Un enorme grazie al bravissimo Djaba, guida attenta ed esperta, ad Ibrahim, e Mohmed che si sono rivelati squisiti compagni di viaggio oltre che abilissimi autisti e ad Aziz cuoco provetto.
E come è finita vi chiederete ? Il deserto è soprattutto pazienza, anche la tempesta di sabbia alla fine si è placata e siamo rientrati in Italia senza altri intoppi. Ad un mese dal nostro rientro già stavamo progettando un nuovo tour algerino per l’autunno……….
Anna
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